• Pietro INGENITO

tassa sul macinato - chiusura dei mulini

Aggiornato il: mar 31

Tra i motivi per cui la Valle dei Mulini di Gragnano perse la sua valenza economica e produttiva ci fu sicuramente l’introduzione della famigerata TASSA SUL MACINATO del 1868.


Questa legge cambiava radicalmente il modo con cui i mugnai dovevano pagare le tasse per il loro lavoro. Con queste nuove norme il mugnaio era tenuto a pagare al fisco la tassa in ragione dei giri della ruota di macina e non più sul prodotto lavorato come era stato per il passato. Questo nuovo metodo di calcolo non teneva conto delle dimensioni e delle potenzialità produttive dei singoli mulini, ed ovviamente andava ad incidere pesantemente sulla quantità di prodotto macinato. Non veniva preso in considerazione il fatto che le diverse dimensioni delle macine ad ugual numero di giro variava la quantità di prodotto lavorato...


Il problema si complicava quando il mugnaio, tenuto a pagare la tassa in ragione dei giri della macina, nel farsi rimborsare dal cliente... doveva e non poteva fare altrimenti che conteggiargli la tassa in base al peso del prodotto macinato. Ma giri e peso non andavano mai d'accordo e fisco, mugnai, clienti, ognuno si riteneva danneggiato, derubato e ingannato. **


La tassa fu una imposta del Regno d'Italia sulla macinazione del frumento e dei cereali in genere. Fu un'imposta indiretta introdotta durante il governo della destra storica, ideata tra gli altri da Quintino Sella, al fine di contribuire al risanamento delle finanze pubbliche.


La tassa fu inasprita nel 1870 e ancora tra il 1873 e il 1876, fu definitivamente abolita nel 1884 ma ormai aveva già provocato la chiusura dei piccoli mulini al Sud Italia in favore di quelli più grandi in funzione sui grandi corsi fluviali del Nord Italia.

Metodologia di calcolo:

All'interno di ogni mulino veniva applicato un contatore meccanico che conteggiava i giri effettuati dalla ruota macinatrice. La tassa era così dovuta in proporzione al numero di questi giri, che secondo i legislatori, dovevano corrispondere alla quantità di cereale macinata.

Ogni mugnaio era quindi tenuto a versare la tassa all'erario, sia con riferimento alla lettura del contatore, sia in mancanza di questo, sulla base della macinazione presunta.

Per questo meccanismo fiscale il mugnaio stesso rivestiva, suo malgrado, il ruolo di esattore, essendo tenuto a richiedere a ogni avventore del mulino la corresponsione della tassa calcolata in proporzione al peso del cereale che veniva portato alla macinazione.

Effetti:

Come effetto più diretto, la tassa sul macinato causò un forte incremento del prezzo del pane e in generale, dei derivati del grano e degli altri cereali, prezzo che non scese dopo l'abrogazione della tassa che aveva diffuso il malcontento nelle classi sociali più povere, per le quali i derivati del grano rappresentavano il principale, se non unico alimento.


Un'altra importante conseguenza del provvedimento fu la progressiva chiusura di gran parte dei piccoli mulini non in grado di munirsi dei necessari meccanismi di misura, necessari per determinare l'ammontare dell'imposta da pagare, a vantaggio di quelli più importanti, i quali riuscendo a dichiarare meno di quanto macinassero e grazie all'economia di scala, potevano vendere i propri prodotti a un prezzo inferiore.


Per onestà intellettuale bisogna anche dire che la tassa del macinato contribuì solo in parte alla chiusura dei mulini, in quanto dalla fine del 19° secolo in poi, cominciarono a diffondersi altre fonti di energia tra cui il carbone, che permisero alle attività di produrre ovunque, non essendo più necessario trovarsi nelle vicinanze di corsi d'acqua come era stato per molti secoli precedenti.





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